Fertility Day:
un anno dopo

Lo scorso anno il Ministero della Salute ha indetto per il 22 settembre il fertility day al fine di sensibilizzare la popolazione sull’argomento. La cosa finì, come consueto nel nostro Paese, in un mare di polemiche a causa delle immagini scelte e della modalità del messaggio. L’intento, giudizio di chi opera nel settore, era nobile visto i dati sulla sterilità del nostro paese. La strada è in salita e tanto va ancora fatto nei confronti  delle nuove generazioni per far prendere loro coscienza che la fertilità non è infinita, negli ultimi 20 anni è diminuita nettamente a causa di diversi fattori ambientali e sociali, e che per le donne ha un preciso limite biologico.

Ciò su cui bisogna investire è la preservazione della fertilità una risorsa molto preziosa per salvaguardare le possibilità riproduttive dei giovani. Secondo i dati dell’Eshre – la società europea di embriologia e riproduzione umana – infatti, solo il 30% dei giovani maschi europei ha spermatozoi di alta qualità. Gli altri spesso con l’invecchiamento – verso i 40 anni – devono fare i conti con la riduzione della concentrazione. La situazione non è tanto diversa per le ragazze la cui fertilità individuale è in caduta libera dopo i 35 anni per motivi puramente biologici.

Quindi al fine di prevenire un aumento di nascite legate alla fecondazione eterologa, che in Italia da quando la legge lo permette nel 2015 ha raggiunto il 4,7% dei nati con PMA, e allungare invece la propria fertilità bisognerebbe sensibilizzare alla preservazione della sterilità intesa come condurre una vita sana ed equilibrate e provvedere perché no alla crioconservazione dei gameti femminili e maschili.

All’estero è in voga il “social freezing” ovvero il congelamento e lo stoccaggio delle cellule uovo per un certo periodo di tempo in via cautelare, così da poter posticipare la maternità senza incorrere nel rischio di non avere più la riserva ovarica naturale a disposizione. Ci arriveremo anche noi, con calma ma ci arriveremo.