40 anni di PMA

Il 25 luglio del 1978, quasi quarant’anni fa è nata Louise Brown il primo neonato concepito grazie alla fecondazione in vitro.  A quei tempi mai avrebbero immaginato che quella sarebbe stata una delle più grande scoperti del secolo, quella grazie alla quale oggi in Italia nascono 3 bambini su 100 che non sarebbero mai nati. Da quel lontano 1978 sono tanti i traguardi raggiunti ma ancora tante le scoperte da fare soprattutto per quel che riguarda la genetica pre impianto.

Tra le scoperte più interessanti sono da segnalare l’utilizzo di specifici farmaci ormonali per controllare l’ovulazione cosa impensabile all’inizio. Una delle cose più difficile era proprio quella del prelievo degli ovociti la cui maturità andava continuamente monitorata.

Sempre nell’ambito della sfera femminile, importanti sono stati gli studi sul sistema endocrinologico soprattutto nella diagnosi della sterilità femminile che permette oggi di procedere con la personalizzazione della terapia con cure accessorie alla stimolazione sia prima che dopo o durante la fase di transfert.

Passi da gigante sono poi stati fatti negli studi sugli spermatozoi e così oggi i problemi di infertilità maschile sono ridotti al minimo. Valga un esempio per tutti: con la TESA (Testicular Sperm Aspiration)/TESE (Testicular Sperm Extraction) anche in assenza di spermatozoi nell’eiaculato si riesce a prelevare la cellula riproduttiva maschile direttamente dal tessuto testicolare.

Altra pietra miliare nella PMA è stata la messa a punto della tecnica di vitrificazione o crioconservazione grazie alla quale oggi è possibile preservare la fertilità ma anche aumentare le possibilità di gravidanza riducendo il numero di gravidanze multiple grazie alla crioconservazione degli embrioni o evitare il problema dell’iperstimolazione.

Continui studi di laboratorio sulla tecnica FIVET hanno portato alle oggi comuni ICSI E IMSI grazie alle quali sono più che raddoppiati gli indici di successo perché è il migliore spermatozoo ad essere iniettato direttamente nel citoplasma ovocitario.

Sempre merito dei biologi ed embriologi sono le scoperte in merito alle colture blastocitarie in quanto lo sviluppo dell’embrione a blastocisti – embrione di 5 giornata – è un requisito assoluto per ottenere una gravidanza. E’ proprio la selezione di blastocisti alla 5 giornata a svolgere un ruolo essenziale nel raggiungere elevati tassi di fecondazione. Le blastocisti sono gli embrioni con il maggiore potenziale di diventare un bambino.

Altra grande scoperta sono stati gli studi di genetica applicati all’embrione: oggi infatti grazie alla genetica pre impianto nello specifico con la diagnosi genetica preimpianto (PGD) è possibile diagnosticare una precisa malattia genetica ereditaria mentre con lo Screening Genetico Preimpianto (PGS) è possibile determinare la presenza di mutazioni ‘spontanee’ non ereditarie e nuove alterazioni rispetto al numero di cromosomi e/o alla loro struttura al fine di evitare ulteriori aborti in caso di ripetuti fallimenti di FIVET.

Di strada però ce ne ancora tanta da fare perché non è ancora chiaro tutto il processo post trasfert ovvero come e in quale preciso momento l’embrione dialoga con l’endometrio e quindi inizi la fase effettiva della maternità. In fondo quarant’anni non sono tanti.

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